Da sx. dottoressa Rossella Sgarzani, dottor Manich Yadev, Prof. Paolo Morselli, dottoressa Lorena Pasini.

L’ESPERIENZA DEL DOTTOR MANISH YADAV IN ITALIA. INTERETHNOS INTERPLAST ITALY DELINEA LE SUE PROSSIME STRATEGIE.

E’ appena terminata la fellowship, offerta da Interethnos Interplast Italy, del dottor Manish Yadav, il medico nepalese specializzando in chirurgia plastica che ha trascorso un periodo di formazione al Bufalini di Cesena, con l’equipe del Prof. Davide Melandri. Yadav è il secondo medico che proviene dall’ospedale di Kirtipur per specializzarsi presso il Centro grande ustionati.

Da sx. dottoressa Rossella Sgarzani, dottor Manich Yadev, Prof. Paolo Morselli, dottoressa Lorena Pasini.

Da sx. dottoressa Rossella Sgarzani, dottor Manich Yadev, Prof. Paolo Morselli, dottoressa Lorena Pasini.

Abbiamo raccolto alcune impressioni del Presidente, Vice Presidente e un Membro del direttivo di Interethnos Interplast Italy, per comprendere il valore che questa esperienza ha significato per il Dottor Yadav e quali sono le prossime iniziative che potranno essere messe in atto dall’Associazione, individuando gli obiettivi più urgenti da raggiungere.

 


Dottoressa Lorena Pasini

DOTTORESSA LORENA PASINI, Medico anestesista rianimatore presso Azienda Ospedaliero Universitaria di Bologna – Policlinico di Sant’Orsola- IRCCS e vice presidente Interethnos Interplast Italy

 

Dottoressa Pasini, qual è la sua impressione, come medico, sul lavoro svolto dal Dottor Yadav?

I medici che provengono da nazioni come il Nepal, hanno una preparazione ottima e aggiornata. L’esperienza nelle nostre realtà ospedaliere consente loro di confrontarsi con quello che hanno studiato, di vedere e sperimentare le competenze acquisite, cosa che nel loro Paese non sempre è possibile per carenza di strutture ospedaliere all’avanguardia.  Un’esperienza importante  perché, essendo abituati a lavorare spesso con scarsità di risorse, innescano un meccanismo virtuoso che gli consente di realizzare nel loro Paese quello che hanno visto fare nel corso della loro esperienza in Italia. Ho avuto modo di partecipare a due missioni nell’Ospedale di Kirtipur e non ho potuto fare a meno di notare questa loro incredibile capacità, di sfruttare al 110% quello che hanno imparato. Le tecniche che acquisiscono nei nostri ospedali, che a noi possono sembrare poco rilevanti, riescono a sfruttarle al massimo, ottenendo risultati eccellenti nelle loro realtà.

I medici che hanno usufruito della nostra fellowship, operano in un ospedale (Kirtipur), moderno, costruito con la concezione antisismica, l’unico che è rimasto agibile dopo il terremoto del 2015, con un centinaio di posti letto a fronte di una popolazione di 30 milioni di abitanti.

Apprezziamo e sosteniamo questi colleghi per l’incredibile capacità di   “trasferire” quello che imparano da noi nella loro realtà.

 

Ritiene che, anche in un periodo così breve l’esperienza abbia riqualificato le sue competenze?

Assolutamente sì, perché lui completa con l’esperienza la sua preparazione, oltre ad acquisire nuove competenze, che potrà poi sperimentare anche nel suo ospedale.  La cosa sulla quale penso che dovrà \dovranno lavorare di più, sarà sulla “cultura delle donazioni di organi e tessuti”, per adattarla alla loro rinnovata preparazione medica che necessita di un approccio più partecipativo da parte della popolazione. Faccio un esempio: un punto molto importante nel trattamento delle ustioni è la “fabbrica” (cell factory) della pelle che serve come protezione per le ustioni. Per realizzare questa nuova pelle con la coltura cellulare, servono donatori di cellule.  In Nepal la donazione degli organi  è una procedura che non è ancora culturalmente recepita. Ritengo che lavorare sull’educazione della popolazione, sarà una delle attività che li impegnerà maggiormente, una delle sfide che dovranno affrontare. Molto più semplice e realizzabile risolvere i problemi “tecnici”.

 

Che cosa ritiene che sia il maggior benefit che questi medici restituiscano al loro Paese dopo questa esperienza?

L’acquisizione della tecnica e la conoscenza della filiera che servono per produrre un determinato processo, come appunto quello di replicare le cellule, di un certo tipo di chirurgia o di medicazione avanzata . Questo perché presso l’Ospedale di Cesena, il Dottor Yadav ha potuto sperimentare l’esperienza di un lavoro con ritmi intensi, un panel  di interventi chirurgici effettuati in modo seriale, rendendosi conto di quali sono le singole fasi di una filiera che potrà replicare anche nel suo Paese.

 

Avranno la possibilità di ottenere gli strumenti tecnici che gli permetteranno di creare la replicazione cellulare?

L’ospedale di Kirtipur riceve aiuto sia dal governo nepalese sia da associazioni come Interethnos Interplast Italy . A loro il compito di selezionare il materiale tecnico di cui hanno necessità e trovare gli “sponsor” che li aiutino ad attuare i progetti.

 

Oltre alle competenze mediche, a livello emotivo, umano, cosa portano a casa questi medici in fellowship?

Lavorare e confrontarsi con persone che vengono da altre realtà è sempre un momento di crescita biunivoca perché nessuno ha la sapienza e la perfezione assoluta delle conoscenze. Scambiarsi  impressioni, consigli, ipotesi è sempre un momento di slancio positivo per tutti, anche per noi. Gli ospiti esterni a volte ci danno dei suggerimenti che noi, nella nostra realtà,  non riusciamo a vedere come soluzioni. E’ quindi inevitabilmente un momento di crescita, la capacità di stare in culture e ambienti diversi dalla propria “comfort zone” è sempre una sorta di emancipazione.

 

Emotivamente, questi medici hanno un approccio diverso rispetto a quello dei medici italiani, nei confronti dei pazienti?

Sono assolutamente riguardosi e attenti nei confronti dei loro pazienti.

Noi lavoriamo in strutture, dove si sente in maniera pesante la necessità di “produrre”. Loro hanno un rapporto che è ancora molo personale con il paziente. Se devo essere onesta, un po’ li invidio per il fatto di potersi ancora permettere un approccio di questo tipo…

 

Quali sono, secondo lei, i contributi che l’associazione può portare agli ospedali nepalesi?

Sicuramente, ricominciare con le missioni significa che noi potremo, così come abbiamo fatto in passato, creare una specie di fellowship con l’obiettivo di eseguire determinati interventi chirurgici: prima prepariamo i chirurghi locali con lesioni frontali, esercitazioni pratiche in laboratorio, poi li facciamo partecipare realmente a un intervento  diretto dai nostri chirurghi esperti,  sperimentando in realtà quello che hanno imparato. Questo, con lo scopo di renderli autonomi e portarli a breve a operare autonomamente: fare una prima parte pratica con i nostri chirurghi, poi andare avanti autonomamente. Questo si applica oltre che alla chirurgia, anche all’anestesia e alle tecniche infermieristiche.

 

In questi anni post Covid, l’attività di Iterethnos Interplast Italy si è limitata alla formazione online, non essendoci modo di fare le missioni. Anche se riprenderanno le missioni, pensate di continuare a fare formazione online?

Stiamo cercando creare un team che parta in missione per l’ospedale di Kirtipur il prossimo ottobre, in collaborazione con il Professor  Shankar Ray, responsabile dell’ospedale. Avendo già lavorato con questi due medici in fellowship, siamo in grado si preparare in anticipo i casi medici locali che affronteremo già ancora prima di partire. L’unico vantaggio del Covid è che ha reso videochiamate/chat/webinair una consuetudine che ci consente fin da ora di parlare con i medici in loco, preparare i pazienti prima del nostro arrivo. Ci aspettiamo che  quando riprenderemo le missioni, le cose siano molto facilitate perché  questi scambi di opinioni/informazioni via call, ci consentono di ottimizzare il lavoro che andremo a svolgere e di sfruttare al massimo ogni momento della nostra permanenza presso l’ospedale.


Dottoressa Rossella Sgarzani

DOTTORESSA ROSSELLA SGARZANI Ricercatrice in Chirurgia Plastica dell’Università di Bologna, Chirurga Plastica dell’Ausl Romagna e membro del consiglio di Interethnos Interplast Italy

 

Dottoressa Sgarzani, con le ultime due fellowship dei Dottori Thapa e Yadav, ha potuto individuare quali sono le principali carenze degli ospedali in cui i due medici operano?

I colleghi che abbiamo ospitato hanno una formazione molto specifica e dedicata al paziente ustionato e sono estremamente motivati. Nel confronto è emerso che le principali carenze della chirurgia ricostruttiva in Nepal sono la mancanza di risorse e di informazioni.

Per quanto riguarda le risorse, i paesi a basso reddito pro-capite, come il Nepal, presentano una notevole incidenza di ustioni a causa delle scarse norme sulla sicurezza in casa e sul lavoro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che 180000 persone muoiono ogni anno per le conseguenze di un’ustione, e due terzi di queste morti avvengono in Africa e nel sud-est asiatico. La cura intensiva del paziente grande ustionato è molto costosa e la maggior parte delle ustioni avviene in paesi che non hanno le risorse per curare i pazienti ustionati. Il Sistema Sanitario Nepalese ad esempio, non è in grado di coprire le spese per la cura dell’ustione acuta, i pazienti ustionati devono “pagarsi” le cure nella fase acuta, ma chiaramente non tutti possono permettersele. Inoltre i pazienti giungono al Centro Ustioni dopo molto tempo dall’ustione, perché non c’è una rete in grado di garantire il primo soccorso ed il trasferimento rapido del paziente.

Un’altra carenza che pregiudica il loro è la mancanza di un’adeguata informazione: i pazienti non sanno come prevenire le ustioni, come comportarsi se avvengono e non sanno che il tempo che intercorre fra il trauma e la cura incide sulla possibilità di sopravvivere. Anche l’informazione sull’utilità di donare il tessuto cutaneo in caso di decesso manca totalmente. Infatti la cute da donatore, di cui noi a Cesena disponiamo senza restrizioni grazie ad un’efficace rete trapianti e alla nostra Banca della Cute, migliora molto le cure che noi offriamo ai pazienti ustionati. Purtroppo in Nepal, all’Ospedale di Kirtipur a Katmandu, nonostante lo stesso possieda una Banca della Cute, le donazioni di cute sono rarissime.

 

Quale potrebbe essere la finalità di una prossima missione in Nepal? 

La finalità delle missioni Interethnos Interplast Italy è sempre di operare casi complessi e fare formazione dei medici locali; tuttavia, sarebbe interessante poter organizzare lezioni sul primo soccorso da fornire al paziente ustionato ed eventi divulgativi sulla necessità di costruire una rete per il rapido soccorso e trasporto dei pazienti ustionati in ospedale e sull’utilità della donazione di cute.

 

Ha avuto contatti in questi anni con il Prof.  Shankar Man Ray dell’ospedale di Kirtipur? Vi è stato chiesto di attivarvi su qualche progetto in particolare? 

Il Prof. Shankar Man Ray, che è stato costantemente in contatto con il Prof. Morselli, presidente di Interethnos Interplast Italy, nel 2023  ha ospitato un collega chirurgo della mano inviato da Interplast ed è sempre molto interessato ad esporre i suoi collaboratori ad occasioni di apprendimento. Come di consueto proporremo lezioni e interventi che dipendono dai punti di forza dei chirurghi e degli anestesisti che parteciperanno alla missione: andiamo per condividere quanto sappiamo fare meglio.

 

Come ritiene abbia vissuto il Dottor Yadev la sua esperienza italiana?

Il dott. Yadav è stato molto colpito dall’accoglienza romagnola:  pur avendo la barriera linguistica (la comunicazione avveniva per tutti in lingua inglese) tutti i colleghi e gli infermieri del Centro Ustioni hanno trasmesso le loro competenze in modo generoso e lui si è sentito accolto.

 

Le è parso soddisfatto del lavoro svolto e in grado di trasferire quanto ha imparato nel suo quotidiano all’Ospedale di Kirtipur?

L’ho visto molto motivato di ritornare nel suo Paese per restituire quanto ha appreso per il miglioramento delle pratiche operatorie. E’ consapevole che il suo contributo è necessario e questa esperienza lo ha arricchito e motivato. Ha anche dato consigli su come programmare l’esperienza formativa per i prossimi fellow, consigliando ad esempio di programmare la fellowship nei mesi estivi quando da loro le ustioni diminuiscono per cui l’assenza di un chirurgo possa recare meno disagio ai colleghi in Nepal.

 

A quale parte del programma di fellowship lo ha trovato più interessato e coinvolto?

Era molto interessato all’applicazione di tecnologie avanzate ed ingegneria tissutale nel campo delle ustioni, delle medicazioni e della chirurgia ricostruttiva.

 


Prof. Paolo Morselli

PROF. PAOLO MORSELLI, Presidente Interethnos Interplast Italy

 

Prof. Morselli, ritiene che il progetto di fellowship debba continuare anche per i prossimi anni?

Certamente. Continuare è estremamente importante, ci aiuta a mantenere i contatti con gli ospedali che conosciamo, per esempio quello di Kirtipur, e ci consente di instaurarne altri con ospedali di paesi diversi. Abbiamo lavorato molto per questo progetto e continuare ad offrire stage a medici dei paesi in via di sviluppo è il nostro obiettivo. Vogliamo continuare su questa strada.

 

Quale ritiene che sia il suo valore più applicabile alle necessità degli ospedali dove i medici ritorneranno a operare?

Penso che la cosa più importante quando si fanno scambi culturali di questo tipo sia l’apertura mentale che ne deriva. È un rapporto di lavoro che permette di fare esperienze particolari che diventeranno utili, e a volte determinanti, nella gestione dei pazienti ustionati ricoverati nei loro ospedali.

La possibilità di frequentare nel nostro paese reparti di cura altamente specializzati offre a questi giovani medici l’opportunità di recepire, e di conseguenza trasmettere ed applicare al loro ritorno, metodologie di trattamento specifiche.

 

Le fellowship con i Dottori Thapa e Yadav, hanno in qualche modo sopperito alla mancanza di missioni in loco che potessero formare la nuova classe medica, come invece era stato fatto negli anni precedenti il Covid. Quanto sarebbe importante riprendere queste formazioni negli ospedali del territorio?

Credo che, almeno in parte, la fellowship abbia avuto questo ruolo. La formazione durante le missioni è veramente importante perché consente il confronto con più di un medico, il risultato del lavoro è moltiplicato. Questa è la nostra filosofia, portare le nostre eccellenze alla conoscenza del maggior numero di medici. È ovvio che compiere una missione umanitaria non esclude che si possa continuare con queste positive ed entusiasmati esperienze per formare medici nel nostro paese.

 

La formazione telematica che avete svolto in questo periodo può comunque portare un contributo significativo per l’emancipazione delle loro competenze mediche?

La didattica a distanza ha vantaggi e ovviamente svantaggi. Durante gli anni del Covid queste lezioni hanno portato sicuramente un contributo, ma niente può superare la didattica nel paese  ospite perché il rapporto che si verifica in presenza è di estremo valore e non può essere paragonato ad una conferenza  a distanza. Attraverso uno schermo la comunicazione diventa più astratta, non si riesce a creare quell’empatia che può avvenire solamente dal vivo e che ci permette scambi più proficui. Come ho detto in precedenza la nostra filosofia è insegnare ai medici locali, per noi è importante farli partecipare direttamente all’intervento. Questo non può avvenire per via telematica, è un grande handicap.

Su quali argomenti è più importante insistere e lavorare?

Le cose più importanti da insegnare, come credo avvenga in tutte le discipline, sono i principi fondamentali della specialità. Questi  permettono di acquisire quella capacità di potere risolvere le problematiche più difficili valutandone sempre e comunque il costo beneficio. In altre parole qualsiasi tipo di terapia, sia chirurgica che medica, deve sempre e soprattutto venir eseguita valutante le oggettive necessità del paziente in relazione al suo stato di salute generale.